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Nel caso del covo di via Gradoli, però, il ruolo degli apparati è qualcosa di più di una fantasticheria per amanti delle cospirazioni. Come ampiamente documentato dal senatore Sergio Flamigni in Il covo di Stato (Kaos edizioni, 1999), lo stabile dove Moretti aveva affittato sin dal dicembre 1975 un appartamento in cui visse per tutto il primo mese del sequestro Moro, era amministrato da un sistema di scatole cinesi di società-ombra, immobiliari, fiduciarie e finanziarie, connesse ai servizi e ad essi in toto riconducibili. “In pratica” scrive Flamigni “nella primavera del 1978 ben 24 appartamenti della palazzina di via Gradoli 96, sede del covo BR, erano di proprietà di società immobiliari nei cui organismi societari figuravano alcuni fiduciari del servizio segreto civile (Sisde). A Roma e circondario si contano più di un milione di abitazioni, ma le BR morettiane che progettarono e attuarono il sequestro di Aldo Moro insediarono il covo-base dell’operazione proprio in via Gradoli 96, in un’abitazione letteralmente circondata da appartamenti la cui proprietà era controllata da fiduciari del servizio segreto del Viminale.” Interessante anche la figura dell’amministratore del palazzo, Domenico Catracchia, professionista di fiducia del Sisde e amministratore dei beni di Vincenzo Parisi, il futuro capo del Servizio che aveva acquistato nel settembre 1979, appena un anno dopo il delitto Moro, proprio l’appartamento-covo di via Gradoli. Interrogato dalla Digos lo stesso giorno della “scoperta” “Catracchia dichiarò: «Sono amministratore dello stabile sito in via Gradoli n° 96. Riscuoto gli affitti di tutti gli appartamenti del suddetto stabile, tranne quello nella palazzina Imico, scala A, int. 11, 2° piano, che è di proprietà del sig. Ferrero-Bozzi, il quale lo ha affittato direttamente all’inquilino», cioè al capo delle BR che dovevano preparare il sequestro Moro […] Di norma gli inquilini pagano l’affitto direttamente al proprietario, ma in via Gradoli 96 questa regola valeva esclusivamente per il capo delle BR, Mario Moretti. A questa macroscopica incongruenza gli inquirenti non prestarono alcuna attenzione, né prestarono attenzione allo strano ruolo del Catracchia il quale, riscuotendo personalmente gli affitti pagati dagli inquilini, garantiva di fatto una copertura agli effettivi proprietari degli appartamenti. In pratica, il ruolo operativo di Catracchia faceva da schermo alle società immobiliari e agli studi commercialisti che le gestivano”. INSOMMA, LA PALAZZINA IN CUI NASCE LO “SCANDALO MARRAZZO” È UN EDIFICIO BEN NOTO AI SERVIZI.
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via teo lorini - coincidenze parallele
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